Non disturbare i miei cerchi
Archimede tra storia, mito e memoria viva di Siracusa
Quando raccontiamo la morte di Archimede, quasi sempre evochiamo la stessa scena: il vecchio scienziato chino sui suoi cerchi, distratto dal mondo, ucciso da un soldato romano mentre pronuncia la celebre frase Noli turbare circulos meos.
Eppure, come ricorda lo scrittore ceco Karel Čapek, la storia potrebbe non essere andata esattamente così.
Nel suo racconto La morte di Archimede, Čapek rilegge le fonti antiche e costruisce una versione alternativa, plausibile e profondamente rivelatrice: Archimede non come professore astratto, ma come ingegnere militare consapevole, protagonista attivo della difesa di Siracusa. Il soldato romano non come predone, ma come ufficiale colto, inviato per convincerlo a collaborare con Roma.
Il dialogo immaginato da Čapek non smentisce la storia, ma la interroga: Archimede rifiuta il dominio del mondo, oppone alla logica dell’impero quella della geometria, alla forza quella della legge fisica. Ciò che davvero conta, per lui, è ciò che rimane: un metodo, una conoscenza, un’idea destinata a durare più di qualsiasi conquista.
“Attento, non mi cancellare i miei cerchi”, dice Archimede. E, in fondo, è proprio questa la frase che attraversa i secoli.
Archimede oggi: un’eco che non si spegne
È da questa tensione tra storia, mito e interpretazione che ha preso avvio la ricerca condotta all’interno del progetto ARCHIA. Durante il lavoro sul campo, attraverso il metodo del baratto delle storie, abbiamo restituito alla città racconti come quello di Čapek — storie verificate, tratte da fonti letterarie e storiche — chiedendo in cambio agli abitanti di Siracusa cosa quei personaggi e quei luoghi significassero per loro, oggi.
La risposta è stata sorprendentemente unanime.
Alla domanda: «Qual è, secondo te, il personaggio storico che ancora oggi rappresenta Siracusa?»
oltre il 90% degli intervistati ha risposto: Archimede. Non come formula matematica, non come nome da manuale scolastico, ma come presenza identitaria. Un simbolo che continua a definire il carattere della città: ingegno, resistenza, pensiero critico.
Molti siracusani hanno parlato di Archimede come di un antenato ideale. “Discendenti” non nel sangue, ma nello spirito.
Questo sentimento si riflette nei luoghi: Piazza Archimede, cuore pulsante di Ortigia, è uno spazio attraversato quotidianamente, spesso senza pensarci, ma carico di significati stratificati. Gli specchi ustori, la leva capace di sollevare il mondo, la difesa della città con l’ingegno: anche quando i dettagli si confondono, il racconto resta.
Tra le testimonianze raccolte, significativa è quella di Antonio Randazzo, una delle fonti principali per chi volesse documentarsi su Siracusa e la sua storia, che ha restituito non solo il racconto della morte di Archimede, ma anche la stratificazione storica di Piazza Archimede e le sue trasformazioni nel tempo, oltre che mostrarci di un suo progetto su una statua celebrativa di Archimede, simile alla Statua della Libertà di New York al largo di Siracusa. È un genio che va celebrato in modo Durante le interviste, una frase è tornata più volte, in forme diverse. Una di queste, pronunciata da Rachele, siracusana, sintetizza perfettamente il senso emerso dalla ricerca: “Non è l’eroe lontano dei libri. È l’uomo che camminava qui, sulle stesse pietre.”
Tra leggenda e rigore scientifico
La morte di Archimede, avvenuta nel 212 a.C. durante la presa romana di Siracusa, è narrata da fonti come Plutarco e Tito Livio. Sappiamo che Marco Claudio Marcello aveva ordinato di risparmiare lo scienziato; sappiamo che la sua uccisione fu considerata un errore grave. Il resto oscilla tra storia e tradizione. Ma ciò che emerge con chiarezza, anche grazie agli studi contemporanei, è che Archimede non fu un genio isolato né un puro teorico. Lo ha mostrato con forza la lectio magistralis dell’ingegnere Umberto Di Marco, dedicata al ruolo di Archimede nella progettazione del Castello Eurialo: attraverso l’analisi delle strutture difensive, delle baliste e delle macchine da lancio, Di Marco ha evidenziato come Archimede abbia applicato per primo il logos matematico alla téchne, inaugurando una vera e propria rivoluzione tecnologica.
Archimede non improvvisa: calcola. Non sperimenta alla cieca: dimostra. La meccanica nasce come teoria, non come artigianato empirico. È in questo senso che può essere considerato, come afferma Di Marco, l’inventore della tecnologia.
Eppure, ciò che colpisce è che questa consapevolezza non vive solo negli ambienti accademici. Vive nelle strade, nei mercati, nelle parole degli anziani siracusani che raccontano Archimede come “uno di noi”.
Perché Archimede vive ancora
Forse Archimede vive ancora perché non è stato mai completamente monumentalizzato.
Siracusa non lo celebra soltanto: lo sente.
Lo riconosce come simbolo di un’intelligenza che resiste, che non si piega al dominio, che sceglie ciò che resta invece di ciò che conquista. E ogni volta che qualcuno, passando tra le pietre antiche della città, ricorda i suoi cerchi, compie — anche senza saperlo — un piccolo atto di baratto: riceve una storia e, in cambio, la tiene viva.