Giuseppe Maria Capodieci, lo storico che ha scritto Siracusa

Nel tessuto urbano di Ortigia, tra Palazzo Bellomo e la chiesa di San Benedetto, corre una strada che molti attraversano distrattamente: via Capodieci. Dietro quel nome si nasconde una delle figure più instancabili e decisive della storiografia siracusana tra Settecento e primo Ottocento: Giuseppe Maria Capodieci (1749–1828), sacerdote, erudito, archivista, storico e archeologo “totale”, autore di oltre cinquanta opere in quarant’anni di attività.

Capodieci non fu uno storico nel senso moderno del termine, ma rappresenta una fase cruciale della costruzione della memoria storica di Siracusa, quando raccogliere, trascrivere e salvare le fonti era già di per sé un atto fondamentale di conservazione culturale.

Nato a Siracusa il 4 giugno 1749 da Antonino Capodieci e Maria Genovese, fu avviato giovanissimo alla vita di seminario. La disciplina metodica e il rigore quotidiano del seminario segnarono profondamente il suo carattere: studio costante, applicazione instancabile, attenzione minuziosa al dettaglio. Ordinato sacerdote l’8 giugno 1773, Capodieci unì allo zelo apostolico una vocazione intellettuale fuori dal comune.

La sua formazione spaziava dalla filosofia alla matematica, dalla calligrafia alla storia antica. Proprio la calligrafia, grazie a una grafia straordinariamente chiara e ornata, divenne uno dei suoi primi ambiti di riconoscimento pubblico: nel 1794 pubblicò La calligrafia storica-critica teorico-pratica, adottata come testo scolastico ufficiale in Sicilia.

Quarant’anni di scrittura continua

In quarant’anni di lavoro Capodieci scrisse oltre cinquanta opere, spesso di grandi dimensioni e in più volumi. Tutti i suoi manoscritti, per sua esplicita volontà, furono conservati in uno scaffale dedicato della Biblioteca Alagoniana, di cui fu bibliotecario e custode per lunghi anni.

L’opera più imponente resta la Storia di Siracusa, articolata in sedici volumi, che ricostruisce la vicenda della città dalle origini mitiche fino al 1810. Si tratta di una raccolta sterminata di notizie, citazioni e testimonianze tratte da fonti greche, latine e moderne.

Dal punto di vista scientifico, l’opera presenta limiti evidenti: Capodieci non applica una selezione critica sistematica delle fonti, trascrivendo spesso ogni notizia disponibile senza gerarchizzarla. Tuttavia, proprio questa accumulazione rende la Storia di Siracusa una fonte imprescindibile per chiunque si occupi della città: un archivio narrativo che conserva materiali altrimenti perduti.

Monumenti, archivi, memoria materiale, religione e eredità

Accanto alla grande opera storica, Capodieci dedicò enorme attenzione ai monumenti antichi di Siracusa. Pubblicò opere in più volumi corredate da disegni, schizzi e litografie realizzate da lui stesso, che oggi hanno un valore documentario straordinario: mostrano lo stato di conservazione dei monumenti tra Sette e Ottocento, prima delle grandi trasformazioni urbane.

Le Miscellanee raccolgono documenti, diplomi, lettere, atti ecclesiastici e civili: un vero deposito della memoria siracusana. Pubblicò anche un Dizionario dei monumenti di Siracusa (1820) e un’Apologia (1823), oltre a guide per viaggiatori e studi di carattere archeologico e topografico.

Sacerdote fino all’ultimo, Capodieci dedicò molte opere alla storia religiosa della città: dal culto di Santa Lucia, alla basilica di Santa Maria dei Miracoli, alle tradizioni liturgiche della Settimana Santa. Anche in questi testi emerge un tratto costante: la volontà di radicare l’identità civica di Siracusa nella continuità storica, religiosa e culturale.

Bibliotecario, archivista, “topo di biblioteca”: Capodieci visse quasi interamente tra il tavolo di studio e quello della Biblioteca Alagoniana. Fu segretario di Monsignor Alagona, bibliotecario, archivista, socio di numerose accademie – dagli Arcadi di Roma alla Regia Accademia di Napoli – e contribuì in modo decisivo alla formazione del primo nucleo del museo archeologico cittadino.

Salvò dalla dispersione numerosi atti e privilegi, oggi conservati nell’Archivio di Stato. La sua vita quotidiana era ridotta all’essenziale: poche ore di sonno, un pasto frugale, il resto del tempo dedicato alla lettura e alla scrittura.

Un’autobiografia come testamento civile

Nella sua breve autobiografia, Capodieci lascia un messaggio che va oltre la dimensione personale. Scrive di aver lavorato non per interesse né per premio, ma per “giovar la nostra patria”. Invita esplicitamente altri cittadini a proseguire l’opera, ricordando che una città si conserva e si comprende solo attraverso la storia.

È un testo che suona come un testamento civile: la storia non come ornamento, ma come infrastruttura morale e culturale di una comunità.

Giuseppe Maria Capodieci morì improvvisamente il 25 gennaio 1828. Il suo ritratto è ancora oggi conservato nella Biblioteca Alagoniana. Dopo la sua morte, riemerse persino un’opera inedita, ritrovata casualmente in via Giudecca: un ulteriore segno di una produzione sterminata e quasi inesauribile.

Capodieci resta una figura complessa: non uno storico “scientifico” in senso moderno, ma un custode della memoria, un raccoglitore instancabile, un uomo che ha consacrato la propria vita a Siracusa. Senza il suo lavoro, molte pagine della storia cittadina sarebbero oggi semplicemente scomparse.

E forse è proprio questo il suo lascito più attuale: ricordarci che scrivere la storia di un luogo è un atto di responsabilità collettiva, non solo un esercizio intellettuale.