Arturo Raciti e il Piccolo Teatro: memoria e possibilità per Siracusa
A 128 anni dalla sua nascita, condividiamo la ricerca svolta sulla persona di Arturo Raciti, in collaborazione con il figlio Giovanni Raciti, rimandiamo ad approfondimenti sul testo di Giuseppe Guarraci del 1998, che approfondisce le figure storiche del Teatro Siracusano.
Nel panorama culturale siracusano del Novecento, Arturo Raciti emerge come figura significativa per l’organizzazione e la diffusione del teatro locale. Nato a Siracusa l’8 settembre 1897, Raciti unì alla pratica artistica una dimensione collettiva e formativa, coinvolgendo cittadini, giovani attori non professionisti e appassionati di scena in un progetto culturale organico e partecipato.
Secondo il figlio, Arturo frequentava da giovane il salotto Lucchetti, spazio di confronto culturale dove si recitavano testi, si commentavano letture e si praticavano musiche e danze. È in questo contesto che si forma la sua sensibilità artistica, orientata non tanto alla performance elitaria quanto alla condivisione culturale e alla scoperta di talenti locali.
Raciti nacque e maturò la sua attività in un periodo in cui Siracusa stava cercando nuove forme di espressione teatrale al di fuori delle stagioni classiche dell’antico teatro greco. Fondatore dei Cori di Val d’Anapo, ancora oggi attivi, fu tra i promotori del Piccolo Teatro Siracusano, spazio che prese forma nei primi anni Sessanta senza una sede fisica, le prove si svolgevano all’interno di abitazioni private, e le Latomie dei Cappuccini come luogo di rappresentazioni nell’ambiente naturale delle cave di pietra. Il gruppo, fondato formalmente nel 1963 insieme a Giuseppe Rizza e altri appassionati, inaugurò la sua attività con la produzione di Edipo a Colono di Sofocle, messa in scena in tre serate alla Latomia dei Cappuccini con grande apprezzamento di pubblico e critica locale, e successivamente replicata al Teatro Comunale di Caltanissetta. Questa prima produzione vide anche un contributo musicale originale, con musiche affidate all’allora direttore della banda cittadina, Enzo Annino, eseguite in prima esecuzione in occasione delle serate siracusane.
La Latomia dei Cappuccini, una cava naturale utilizzata già in passato come luogo di spettacolo e socializzazione — tanto che nei decenni successivi si tennero anche spettacoli lirici e rappresentazioni con grandi nomi dell’arte teatrale e musicale — offriva un palcoscenico unico per qualità acustiche e ambientali. Il “Piccolo Teatro” si inseriva in questo contesto, ponendo in relazione l’esperienza performativa con la geografia e la forma della roccia, e trasformando un sito estrattivo in spazio scenico vivo e partecipato dai cittadini.
Le parole del figlio restituiscono una dimensione umana e affettiva della pratica teatrale di Raciti: “A casa nostra in Riviera Dionisio il Grande 184 convergevano giovani talenti che mio padre scopriva. Si facevano prove, si dava la giusta intonazione a chi aveva talento ma mai aveva recitato. Ho trascorso la mia giovinezza ascoltando Edipo a Colono e La Morte Civile di Giacometti recitati da altri, in un ciclo di studio continuo e appassionato.” Qui si coglie l’aspetto educativo e comunitario della sua attività: il teatro come spazio di formazione pratica e di costruzione di competenze artistiche.
Il Piccolo Teatro, pur non essendo sopravvissuto nel tempo come istituzione stabile, resta significativo nella cronologia del teatro siracusano perché rappresenta una esperienza di teatro di comunità, capace di intrecciare repertorio classico, coinvolgimento locale e sperimentazione scenica. Dopo la sua stagione attiva, la scena teatrale cittadina ha continuato a evolversi in altri contesti — teatri al chiuso come il Teatro Comunale (inaugurato originariamente nel 1897 e riaperto nel 2016 dopo anni di chiusura) o il Vitaliano Brancati con stagioni programmate oggi come centri culturali della città — ma manca a Siracusa un teatro permanente dedicato anche alle produzioni locali e alla formazione artistica continua.
La figura di Raciti ritorna così non solo come testimonianza storica, ma come indicazione pratica per il presente: un teatro stabile e permanente sarebbe uno strumento strategico per la destagionalizzazione culturale e il riequilibrio dell’offerta artistica nella città. Un teatro permanente permetterebbe non solo di sostenere produzioni professionali, ma di valorizzare processi formativi, laboratori, produzioni locali e collaborazioni con scuole e istituzioni, integrando la dimensione patrimoniale — come quella delle rappresentazioni classiche dell’INDA — con una vita teatrale diffusa e continua.
Arturo Raciti non fu solo un regista — fu un educatore, organizzatore culturale e facilitatore di pratiche artistiche collettive. La sua esperienza sottolinea come il teatro possa essere un tessuto vivo di relazioni sociali, un laboratorio di cittadinanza e un elemento strutturale di vita culturale: un modello da ripensare oggi, con rigore e concretezza, per il futuro culturale di Siracusa. E per noi oggi rappresenta un esempio di buone pratiche da riprendere.