Latomie dei Cappuccini: dalla cava alla memoria stratificata

Le Latomie dei Cappuccini costituiscono il più vasto complesso estrattivo tra le cave storiche di Siracusa. Con una superficie di circa 23.000 m² e pareti che raggiungono i 30–40 metri di altezza, questo spazio scavato nel calcare rappresenta uno dei luoghi in cui è più evidente il legame diretto tra la materia della città e la sua storia. Dal VI secolo a.C., la pietra estratta dalle latomie ha alimentato la costruzione di templi, mura, abitazioni e del Teatro Greco: Siracusa nasce letteralmente da queste cavità.

L’etimologia stessa del termine latomia — dal greco lithotomía, cava di pietra — chiarisce il ruolo originario di questi luoghi. Come ricorda Giuseppina Norcia nel suo Siracusa, dizionario sentimentale di una città, è in questa pietra che si trova “la chiave di tutto”: il calcare che rende Siracusa la “città bianca”, in netto contrasto con la pietra lavica di Catania. L’arco delle cave urbane, che va dalle Latomie del Paradiso a quelle dell’Intagliatella e di Santa Venera, si chiude proprio con le Latomie dei Cappuccini, tra le più imponenti e suggestive dell’intero sistema.

Accanto alla funzione estrattiva, le latomie hanno conosciuto fin dall’antichità usi traumatici. Tucidide fornisce il primo riferimento cronologico certo quando racconta che, dopo la sconfitta ateniese del 413 a.C., circa settemila prigionieri furono rinchiusi nelle cave, dove molti morirono di fame, malattie e stenti. Le latomie diventano così luoghi di detenzione e annientamento, simboli di una guerra tra Greci che segna profondamente l’immaginario storico del Mediterraneo. La tradizione riportata da Plutarco — secondo cui alcuni prigionieri avrebbero ottenuto la libertà recitando a memoria versi di Euripide —, pur non verificabile sul piano storico, testimonia il valore attribuito alla parola poetica e al teatro come strumenti di sopravvivenza e riscatto.

Nel corso dei secoli, le Latomie dei Cappuccini continuano a mutare funzione. In età tardoantica e medievale furono utilizzate come luoghi di culto e come necropoli, sia pagane che cristiane. Alla fine del Cinquecento, con l’insediamento del convento dei Cappuccini sul pianoro soprastante, la latomia viene definitivamente inglobata nel complesso monastico e trasformata in orto. Vengono realizzati sistemi di irrigazione, terrazzamenti e giardini, di cui restano tracce materiali: una riconversione che trasforma un luogo di fatica e prigionia in spazio produttivo e contemplativo.

Nel Novecento, la latomia conosce un’ulteriore riattivazione come spazio culturale. La conformazione naturale del sito — un’enorme cavea scavata nella roccia — favorisce l’uso teatrale e musicale, facendo delle Latomie dei Cappuccini un auditorium naturale. Qui si colloca l’esperienza del Piccolo Teatro siracusano e di numerose stagioni di spettacolo all’aperto, che restituiscono al luogo una dimensione pubblica e collettiva. Parallelamente, cresce l’attenzione per la tutela paesaggistica e monumentale, culminata in interventi di restauro e valorizzazione, come la ricollocazione del busto di Archimede e della statua di Giuseppe Mazzini.

Le latomie, tuttavia, non sono solo un insieme di dati storici e archeologici. Come scrive Norcia, sono “un magazzino d’ombra e di frescura” impregnato di storie: dal poeta Filosseno, imprigionato da Dionisio, ai viaggiatori del Settecento che ne rimasero affascinati. Il dolore e la fatica accumulati in secoli di utilizzo si sono trasformati in un luogo di bellezza e ispirazione artistica, un esempio emblematico di come la città abbia saputo riabitare i propri vuoti.

È in questa stratificazione che si inserisce il progetto originario di “Archìa”, progetto di spettacolo site specific alle Latomie dei Cappuccini. L’idea nasce dal riconoscimento del luogo non solo come sfondo, ma come vero e proprio dispositivo narrativo. Le latomie offrono una cornice solida e carica di senso, capace di mettere in relazione tempi e livelli diversi della storia siracusana. Da qui la suggestione drammaturgica di far dialogare tre “umanità”: l’uomo siracusano contemporaneo, quello storico e quello mitologico. Figure lontane — un cittadino di oggi, Archimede, Aretusa — che condividono lo stesso spazio e lo interrogano, chiedendosi cosa significhi trovarsi, insieme, dentro una latomia, come nell’Inferno Dantesco. Purtroppo questo luogo non è facile da agire, per questioni pratiche e architettoniche. Ma lavorare per renderlo di nuovo un punto nevralgico di cultura, sarebbe molto importante per la comunità.

Le Latomie dei Cappuccini appaiono come un teatro naturale della memoria: un luogo che ha contenuto pietra, corpi, coltivazioni, spettacoli e oggi continua a generare narrazioni. Non sono mai state statiche, ma costantemente risignificate. Ed è proprio questa capacità di accogliere nuovi sguardi, senza cancellare le tracce del passato, a renderle uno dei luoghi più complessi e fertili del paesaggio culturale siracusano.