Pantalica, pietra, acqua e memoria viva

Pantalica non è un luogo che si visita: è un luogo che ti attraversa. Le gole dell’Anapo e del Calcinara, la roccia calcarea traforata da migliaia di tombe, l’acqua che scorre come un respiro antico: tutto sembra ricordare che qui la storia non è finita, è solo affondata più in profondità.

Una delle storie più note e documentate del sito riguarda la scoperta della necropoli da parte dell’archeologo Paolo Orsi agli inizi del Novecento. Orsi, esplorando le gole dell’Anapo, annotò per la prima volta le tombe rupestri della cosiddetta Necropoli di Pantalica, riconoscendone il valore storico e culturale. Le sue relazioni, pubblicate tra il 1904 e il 1910, testimoniano la meraviglia dell’archeologo di fronte a un complesso così vasto e organizzato, con tombe scavate nella roccia, allineate come costellazioni, che raccontano di comunità antiche, di popoli che hanno cercato rifugio, sepoltura e identità nelle gole e sulle alture [Fonte: Orsi, P., Notizie degli Scavi di Antichità, 1904-1910].

La necropoli di Pantalica conta oltre 5.000 tombe rupestri, databili tra il XIII e il VII secolo a.C., ed è uno dei complessi protostorici più vasti e suggestivi del Mediterraneo. In cima all’altopiano, l’Anaktoron, il “Palazzo del Principe”, suggerisce l’esistenza di una struttura sociale organizzata, forse un centro di aggregazione, culto e memoria collettiva.

Memoria viva e racconti contemporanei

Molti dei segreti di questo luogo ci sono stati raccontati da Paolino Uccello, naturalista, etno-antropologo e presidente del Sistema Rete Museale Iblei (SRMI), che conosce tutte le erba e i segreti della maggior parte dei luoghi della Sicilia. Attraverso le sue ricerche, guide e studi — dalla flora delle riserve alla riscoperta delle tradizioni, dall’archeologia alla natura — Uccello ha contribuito a restituire Pantalica alla memoria collettiva come patrimonio vivo, non solo da contemplare ma da sentire, comprendere e proteggere.

Dalle interviste condotte nell’ambito del progetto ARCHIA con abitanti di paesi vicini, appassionati di storia e membri di comunità locali, abbiamo compreso che Pantalica non ha un’unica identità nella memoria collettiva e sopratutto è un luogo molto poco frequentato. Quello che rappresenta è molto interessante: per alcuni è un luogo di scampagnate domenicali, legato al silenzio dei sentieri, all’odore del pane appena sfornato e alla lentezza di una gita in famiglia ; per altri è un sito sacro, dove il silenzio pesa come un’eredità e camminare tra le tombe è un gesto di rispetto e memoria; per molti resta un angolo della Sicilia vera, dura e aspra, madre e custode di radici lontane.

A differenza del centro di Siracusa, del mare di Ortigia o del Teatro Greco, Pantalica è un luogo nascosto e meno quotidiano. Non lo incontri per caso, non lo vivi nel passaggio di tutti i giorni. Devi volerlo raggiungere, scegliere la pietra, seguire l’acqua. Questa lontananza lo rende speciale: un luogo remoto ma vicino al cuore, un frammento di identità che non si mostra, ma si percepisce.

Per noi, impegnati nel progetto ARCHIA, Pantalica è diventata un frammento prezioso della memoria siracusana. Camminare tra le gole e le tombe non significa solo visitare un sito archeologico: significa camminare sul bordo dell’origine, dove la storia non è un racconto da leggere, ma una presenza da sentire. Un luogo che, più che essere ricordato, continua a ricordare noi. Qui dovevamo ambientare lo spettacolo di ispirazione dantesca, che rimandiamo a versioni future del progetto. Resta uno dei luoghi più suggestivi dell’entroterra siciliano.