Paolo Orsi: Un archeologo per la città
Paolo Orsi arriva a Siracusa alla fine dell’Ottocento e, di fatto, cambia per sempre il modo in cui la città guarda al proprio passato. Quando assume la direzione del Museo Archeologico, non si limita a riordinare collezioni: imposta una visione. Per Orsi il museo non è un deposito di oggetti, ma il punto di arrivo di una ricerca condotta sul campo, nel paesaggio, tra le stratificazioni vive della città e del territorio. È da qui che nasce quella che oggi riconosciamo come l’identità scientifica dell’archeologia siracusana. Non a caso, durante il nostro progetto, un archeologo ci ha detto senza esitazioni che Orsi è “il personaggio più rilevante di Siracusa”: non perché fosse siracusano di nascita, ma perché nessuno come lui ha restituito alla città una coscienza profonda e documentata delle proprie origini.
Le sue scoperte non sono episodi isolati, ma parti di un disegno coerente. A Pantalica, Orsi porta alla luce migliaia di tombe rupestri e dimostra l’esistenza di una civiltà sicula complessa, strutturata, precedente e dialogante con la colonizzazione greca. A Stentinello individua una cultura neolitica fondamentale per la preistoria mediterranea. A Megara Hyblaea, Gela, Castelluccio, ricostruisce sequenze cronologiche che permettono per la prima volta di leggere la Sicilia non come un mosaico confuso di resti, ma come un sistema storico continuo. Il suo metodo, basato sull’osservazione stratigrafica, sulla documentazione rigorosa, sul confronto interdisciplinare, anticipa pratiche che diventeranno standard solo decenni dopo. Orsi non scava per collezionare, scava per capire, e ogni reperto è per lui una parola dentro una frase più grande: la storia profonda dell’isola.
C’è però anche una dimensione umana che attraversa il suo lavoro a Siracusa, ed è forse quella che più colpisce oggi. Orsi percorre a piedi il territorio, annota, disegna, osserva; instaura un rapporto diretto con i luoghi, con le cave, le necropoli, le coste, i pianori interni. In questo senso, fondare e far crescere il museo significa anche creare un luogo in cui la città possa riconoscersi, rivedersi, misurarsi con il proprio tempo lungo. È questa eredità che ancora oggi abitiamo: un’archeologia che non separa il dato scientifico dall’esperienza, e che restituisce a Siracusa non solo reperti, ma una memoria strutturata, critica, viva. Orsi non ha semplicemente studiato Siracusa: le ha insegnato a leggere se stessa.