Tra le molte interviste raccolte nel nostro lavoro, il racconto di Sebastiano ci ha colpiti per la sua nettezza. Non c’era enfasi, né nostalgia costruita: solo la memoria di una città ferita, attraversata dalla guerra, e di una generazione di giovani siracusani che non è mai tornata. Le sue parole hanno aperto uno spazio necessario, quello della Siracusa degli anni Quaranta, lontana dall’immagine solare e pacificata che oggi siamo abituati a raccontare.

Durante la Seconda guerra mondiale Siracusa fu un nodo strategico nel Mediterraneo. Il porto, le installazioni militari, la posizione geografica la resero bersaglio di bombardamenti e teatro di occupazione. La guerra non passò sopra la città: entrò nelle case, nelle scuole, nelle famiglie. Molti giovani partirono e non fecero ritorno. Altri morirono sotto le bombe, senza neppure lasciare il fronte cittadino.

Una parte di questa storia è incisa nei nomi degli allievi del Liceo Gargallo caduti durante il conflitto. Giovani che avevano condiviso banchi, amicizie, entusiasmi, e che furono travolti da una guerra più grande di loro. I documenti e le commemorazioni successive ci restituiscono un elenco che non è solo un dato storico, ma una mappa del vuoto lasciato in città: (fonte, Antonio Randazzo)
Giuseppe De Benedictis, caduto nel 1941 sul fronte albanese.
Francesco Valvo, caduto nel 1940 a Tobruk.
Ennio Bianca, scomparso nel 1943 nelle isole dell’Egeo.
Vincenzo Iannello, caduto nel 1941 in Africa Orientale.
Danilo Lucchesi, caduto nel 1941 nel Mediterraneo.
Michele Zammit, caduto nel 1941 in Marmarica.
Ercole Rotondo, caduto nel 1941 in Africa Orientale.
Gaetano Rizza, scomparso nel 1943 nel Mediterraneo.
Santino Pisano Campailla, caduto nel 1942 in Russia.
Mario Rovella, caduto nel 1943.

A questi nomi si aggiunge quello di Aurelia Catalano, studentessa, morta nel 1941 durante un bombardamento aereo sulla stazione centrale di Siracusa. Una morte che ricorda come la guerra non abbia risparmiato nessuno, neppure chi non aveva indossato una divisa.

Nel 1993, in occasione di un convegno indetto dall’Istituto Nautico intitolato a Gaetano Arezzo della Targia, la città provò a ricomporre pubblicamente questa memoria. Arezzo della Targia, tenente di vascello siracusano, morì nel dicembre del 1942 al comando di un sommergibile nel Mediterraneo, rifiutando la resa e combattendo fino all’ultimo. La sua figura venne assunta come simbolo, ma accanto a lui vennero ricordati tutti gli studenti del Gargallo caduti negli anni della guerra. Non come eroi astratti, ma come volti, compagni di classe, presenze spezzate.

Sebastiano, nel suo racconto, ci ha parlato anche dell’occupazione americana. Di come i soldati alleati, arrivati dopo lo sbarco del 1943, spesso deridessero i siracusani: la povertà, gli abiti, l’accento, la fame. Episodi di umiliazione quotidiana che si aggiunsero al trauma della guerra appena vissuta. La liberazione non fu solo sollievo: fu anche spaesamento, perdita di dignità, frizione tra vincitori e civili stremati. Una città già colpita dovette imparare a convivere con lo sguardo ironico e distante di chi la attraversava da vincitore.

Quello che emerge, mettendo insieme le fonti storiche e le testimonianze orali, è un dato semplice e duro: Siracusa ha pagato un prezzo umano altissimo. Una generazione di giovani fu sacrificata, spesso in contesti lontani, senza che la città potesse elaborare davvero quel lutto. Con il tempo, molti nomi sono scivolati ai margini della memoria pubblica, ridotti a lapidi, elenchi, cerimonie occasionali.

Raccontare oggi questa storia non significa celebrare la guerra, né assolverla. Significa restituire spessore umano a una fase decisiva della storia cittadina. Significa riconoscere che dietro le trasformazioni urbane, dietro il silenzio di certi quartieri e di certe famiglie, c’è anche questa frattura: giovani partiti con entusiasmo e spirito goliardico, come ricordano i documenti, e mai tornati.

La memoria di Siracusa non è fatta solo di templi, mare e luce. È fatta anche di assenze, di ferite, di una sofferenza che ha attraversato la città e che ancora oggi chiede di essere nominata. Raccontarla, ascoltarla, inserirla nel discorso pubblico non è un esercizio retorico: è un atto di responsabilità storica.